L’età dell’innocenza

11 09 2011

Mi sento un po’ come Madame Olenska nel film L’Età dell’Innocenza. Ricordo il film come lungo e noioso, non l’ho mai rivisto dall’inizio, ma mi è capitato di vedere e rivedere gli ultimi minuti. Oggi li ho rivisti di nuovo, e dopo ieri sera mi sento addosso in modo incredibile quei minuti finali…
Minuti tragici. Lui vorrebbe lasciare tutto per seguire una donna che ama, che sogna e desidera ma che mai ha toccato, ma quando forse trova il coraggio di farlo, la moglie concretizza con la più estrema dolcezza e la più dipinta innocenza un progetto per tenerlo a sé per sempre e impedirgli di andarsene. Lui capisce tutto troppo tardi. Capisce troppo tardi che tutti hanno capito quello che volevano capire, che è più di quanto lui ha osato vivere, e si sente in trappola. Non ricordo le parole precise, ma la scena della cena di addio finisce con lui che si rende conto solo in quel momento che tutta New York pensava che lui fosse l’amante di Lady Olenska, compresa sua moglie. Trova il coraggio poi di dirle che vuole partire, ma la moglie è incinta, e lui le rimane accanto e fedele per la vita.

Ieri sera l’ho visto, e sono stata la più felice delle persone in quella sala. Solo perché lui c’era, solo perché era da solo, solo perché abbiamo chiacchierato allegramente, solo perché era lui a cercare me e non io a inseguirlo, solo perché quando sono andati via lui è stato l’unico a venirmi a salutare. Sono andata via con un sorriso mostruoso, e alla fermata dell’autobus ho preso una penna e ho scritto “io lo amo” su un cartello pubblicitario.

Il parallelismo? Quando è arrivato, in compagnia dei soliti amici, mi sono avvicinata a salutare, e una sua amica mi ha disintegrata con lo sguardo… e il quadro della situazione mi sembra sempre più chiaro.
So che lei ha capito molte cose, so che lei ogni volta che mi vede mi saluta in modo esagerato ostentando il suo avermi sconfitta, so che l’amica che ci ha fatti conoscere non favorisce più le uscite comuni e anzi ha pure boicottato una serie di miei progetti, tra cui la mia festa di compleanno. Forse l’ho capito troppo tardi, forse Newland Archer sono io, ma forse i suoi amici pensano che tra me e lui ci sia stato più di quello che c’è stato, per rispetto nei confronti dell’altra o per troppa codardia o per troppo attendismo. Ma poi io divento Madame Olenska nel momento in cui io ho i sorrisi di tutti davanti e la compassione e l’odio alle spalle. Vorrei tanto che lui capisse che tutti pensano di noi quello che pensavano a New York, vorrei che lui avesse quel momento di illuminazione come Daniel sulla porta. Vorrei che capisse, e scappasse prima che sia troppo tardi.

Ma io non salirò su quella carrozza. Ho deciso, stupidamente, di riprovare.


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